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Nel calendario dei lavori di frutticoltura, il susino ha due finestre ideali per l’impianto: l’autunno inoltrato e la fine dell’inverno. Se il vivaio fornisce esemplari a radice nuda, la messa a dimora tra metà novembre e metà dicembre permette alle radichette di cominciare a cicatrizzare nel terreno ancora tiepido, mentre la parte aerea resta in riposo vegetativo. In zone soggette a gelate intense o venti secchi invernali si preferisce, invece, attendere la fine di febbraio o i primi di marzo: la terra non è più ghiacciata, ma la pianta non ha ancora spinto le gemme, quindi sopporta bene il trasferimento. Gli alberelli in vaso, già radicati in pane di terra, offrono maggiore elasticità e possono essere interrati da inizio marzo a fine aprile, purché si eviti la settimana immediatamente successiva a un ritorno di freddo, perché l’apparato radicale, a differenza delle parti legnose, non possiede una vera quiescenza.
Individuare il punto del giardino che garantisce luce, drenaggio e circolazione d’aria
Il susino è frugale in fatto di suolo, ma richiede luce piena per sviluppare zuccheri nei frutti e ridurre il rischio di monilia. L’area prescelta deve ricevere almeno sei ore di sole diretto nelle giornate di equinozio; d’estate, una cinquantina di centimetri di ombra pomeridiana non compromette la fioritura, purché non nasconda il tronco alla luce del mattino. Il terreno ideale sgronda l’acqua in ventiquattr’ore dopo un acquazzone: se rimane zuppo più a lungo, conviene arricchirlo con sabbia silicea o, in casi estremi, montare piccole baulature alte trenta centimetri in cui installare la pianta. Un muro di cortile che assorbe calore durante il giorno e lo restituisce la notte forma un benefico microclima, ma va tenuta una distanza di almeno un metro e mezzo dal piede del susino per garantire circolazione d’aria e prevenire oidio.
Preparare la buca e il substrato di accoglienza
Due settimane prima del trapianto si scava una fossa cubica di circa sessanta centimetri per lato, dimensione che consente di rompere le suole di lavorazione e liberare lo sviluppo radicale. Il terreno di scavo si setaccia grossolanamente per rimuovere sassi e radici di vecchie essenze arboree, poi si mescola con letame maturo o compost ben decomposto nella proporzione di un terzo rispetto al volume totale. Qualche manciata di fosfato naturale favorisce l’attecchimento, perché il fosforo in forma lenta si trova subito nei pressi del capillizio giovane, mentre un pugno di cenere di legna tampona la lieve acidità del letame e arricchisce di potassio, microelemento chiave per la futura lignificazione dei rami. La buca così ricondizionata rimane aperta affinché pioggia e aria terminino l’assestamento prima di ospitare la pianta.
Trattare le radici e disporre il colletto alla quota corretta
Al momento dell’impianto le radici nude sono facili da ispezionare: si eliminano terminali spezzati con taglio netto e si immergono in fango argilloso (“pralinatura”) arricchito con un po’ di micorrize commerciali, pratica che accelera la simbiosi con il terreno. Per le piante in vaso si dirige un getto d’acqua tra il pane radicale e il contenitore, ruotando finché il pane scivola senza strattoni; radici spiralate si aprono delicatamente con le dita per evitare che continuino a girare su sé stesse dopo l’impianto. Il colletto – il punto d’innesto o la linea di passaggio tra radici e tronco – deve finire a livello del suolo finito: troppo in profondità marcirebbe, troppo in superficie esporrebbe le radici al gelo. Tra la fine del pane e il fondo della buca si lascia uno strato di cinque centimetri di terra fine, mai di concime organico puro: l’azoto concentrato brucerebbe le radichette appena risvegliate.
Riempimento della buca, irrigazione di assestamento e tutoraggio
Mantenendo la pianta verticale con una mano, si rincalza la miscela di terra e compost a strati di dieci centimetri, comprimendo ogni volta con la punta del piede a formare una “ciambella” che elimina sacche d’aria. Quando la buca è piena, si crea una conca larga un metro con sponda lieve, così l’acqua di irrigazione rimarrà a disposizione del fittone. Un’annaffiatura iniziale di dieci litri – distribuita lentamente – compatta ulteriormente il terreno e colma interstizi invisibili. A fianco del tronco, ma fuori dal pane radicale, si infila un tutore in castagno o acciaio zincato, alto quanto la proiezione della chioma adulta; legacci elastici in gomma a otto evitano sfregamenti e sostengono il fusto nei primi due o tre anni, finché non avrà lignificato abbastanza da resistere a una raffica di tramontana.
Prime cure nei mesi successivi e riduzione delle potature severe
Nelle settimane che seguono l’impianto, l’acqua rappresenta il fattore limitante. Un’irrigazione di sette-otto litri ogni otto giorni, se non piove, mantiene umido il livello dove lavorano le radici capillari. Il susino tollera la siccità adulta, ma appena trapiantato non ha ancora raggiunto la falda profonda. Fertilizzanti granulari a pronto effetto sono inutili nel primo anno: la materia organica mescolata in buca e il compost di superficie – rinnovato in autunno come pacciamatura – bastano a nutrire senza rischiare salinità. Quanto a potature, ci si limita a spuntare eventuali rami danneggiati dal trasporto; le potature di formazione, con selezione di 3-4 branche principali, iniziano dal secondo inverno, quando l’albero avrà dimostrato quale orientamento naturale preferisce.
Monitoraggio di parassiti e patologie in fase giovanile
Il giovane susino attrae afidi neri e tentativi di ovideposizione di Cossus (la carie del legno). Un’ispezione quindicinale del dorso delle foglie, dall’aprile al giugno, intercetta i primi insediamenti di afidi: si rimuovono con getto d’acqua o con sapone di potassio a bassissima concentrazione. Le screpolature del colletto, invece, si prevengono evitando ristagni e non utilizzando decespugliatore vicino alla corteccia: un anello di pacciamatura in corteccia di pino largo trenta centimetri protegge da urti e mantiene l’umidità costante.